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Scuoti l’Italia

21 ottobre 2009

Il 25 ottobre vota Ignazio Marino segretario del Partito Democratico. Vivi il PD, cambia l’Italia

Vivi il Pd

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Qualcosa di nuovo

21 ottobre 2009

Il 25 ottobre vota Ignazio Marino segretario del Partito Democratico. Vivi il PD, cambia l’Italia

Vivi il Pd

È questo che volete?

19 ottobre 2009

Fioroni dice che «Se vincerà Bersani, come faranno quelli come me a restare nel partito di D’Alema? Io non so se ci saranno le condizioni…», Rutelli da mesi dice che non ne può più ma intanto non se ne va, e a quanto pare ha in animo di dar vita ad un movimento assieme a Fioroni – «Il 30% dei tesserati del Pd sta con me» – non per candidarsi alle elezioni ma per l’alternativa al centrosinistra attuale.
L’opinione di ognuno è libera e quindi non metto becco, ma tant’è…

E se vincesse Bersani?

Sulla coesione del PD, Pierluigi Castagnetti ha detto che «in Bersani prevarrà la “rotondità”, la capacità di unire e dunque creerà le migliori condizioni per la futura convivenza». Forse un Dio esiste! Ma anche no… quindi non ci resta che andare al dopo.
La Bindi non vuole fare il capogruppo perché tiene di più alla carica di vice-presidente della Camera, per cui la palla passa – e come non poteva essere – a Franceschini, mentre, udite udite, la presidenza del Partito Democratico ha una rosa di candidati da fiore all’occhiello: Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro.

Di una cosa mi duole: è mai possibile che nessuno pensa che la vera arma del Partito Democratico contro la Destra sia l’unione e non la deflagrazione verso nuovi partiti/movimenti? È mai possibile che le parole di Ignazio Marino per un partito unito e fuori dalle correnti passino inosservate fino a tal punto? Non pretendo che vinca Marino, ma almeno che si prenda un minimo insegnamento delle cose che ha detto in questa campagna elettorale: sia in Convenzione che nel confronto, tutti e tre i candidati hanno parlato chiaramente di un PD forte e unito, vogliamo dirlo anche ai parlamentari che ci sostengono per piacere!!

Ignazio Marino intervistato dal Sole 24Ore

19 ottobre 2009

Ignazio Marino (Ansa)

Intervista a Ignazio Marino – Il talento? «In Italia è difficile farlo emergere». Il merito che non c’è? «Una ferita e una sfida»

Ignazio Marino guarda dritto negli occhi e sorride spesso. Comunica energia e nello stesso tempo un profonda sensazione di calma: nessuna taccia della foga e dei virtuosismi del politico consumato. Chirurgo specialista in trapianti d’organo, una ventina di anni trascorsi fra Gran Bretagna e Stati Uniti, senatore dal 2006, amante della musica con un rimpianto,  “quello di non aver imparato a suonare uno strumento”. Il “terzo uomo” nella corsa alla Segreteria Nazionale del Partito Democratico nella settimana delle primarie parla del talento, del merito, del lavoro, del precariato che sono in prima linea nel suo programma.

Professor Marino, che cos’è il talento?
Un aspetto affascinante dell’essere umano. Difficile però da far emergere. E la scuola pubblica italiana offre certamente un buon bagaglio di nozioni ma non gli strumenti per riconoscerlo. Il sistema anglosassone – più carente dal punto di vista nozionistico- si pone invece come obiettivo lo sviluppo della personalità dell’individuo, seguendo le sue qualità naturali. Risultato? La formazione di una persona felice che può investire le doti in maniera produttiva a vantaggio suo e della società.

Quale genere di scuola vorrebbe?
Una sintesi del nostro modello e quello anglosassone. Già dalle elementari è necessario investire nell’arte, nell’educazione musicale, in quella fisica, che non significa solo fare una corsa in Palestra. I bambini “vanno esposti” alle discipline. Mi piacerebbe “importare” dall’America, il “Programma Ombra”. Si svolge nei Licei e dà la possibilità agli studenti, durante la pausa estiva, di seguire durante tutta la giornata, un gran letterato, un chirurgo, un avvocato. E’un metodo a costo zero che permette ai ragazzi di capire se davvero sono portati per una determinata disciplina.

Che cosa fa il nostro paese per utilizzazione il talento nel mondo del lavoro?

Il problema principale della società italiana è la mancanza della cultura del merito. Invece bisogna dare la possibilità ai giovani di “correre alla pari”. Nel 2006, alla vigilia del mio ritorno in Italia, i ricercatori italiani mi hanno salutato dicendomi “non riuscirai mai a far sì che i ricercatori siano valutati sulle reali capacità”. Una ferita e una sfida. Così nel 2007 ho inserito nella legge finanziaria un provvedimento nuovo. 82 milioni di euro (solo il 10 per cento dei finanziamenti pubblici per la ricerca, ma comunque un inizio) assegnati da una commissione di giovani scienziati sotto i 40 anni, 5 italiani e 5 stranieri, a un giovane ricercatore sotto i 40 anni. Nel 2008 sono stati esaminati 1720 progetti scientifici e ha vinto una trentenne che l’anno prima era stata scoraggiata a presentarsi al concorso universitario per ricercatori.

Che cosa pensa dello studio sula Mobilità Sociale della Fondazione Italia Futura di Luca Montezemolo? E come vede le proposte fondo opportunità, pacchetto giovani famiglie, affitti di emancipazione?

Abbiamo bisogno di strumenti che aiutino i ragazzi a entrare nel mondo del lavoro. Quindi concordo. A me piacerebbe molto favorire il microcredito per giovani volenterosi che vogliono lanciarsi in piccole iniziative imprenditoriali. Lo vedo come elemento di rilancio dell’economia nel sud del Paese.

Ma come aiutare piccole imprese allo start up?

Con un prestito non più basato sulla garanzia di solvibilità. Altrimenti chi possiede grande talento e poco denaro non potrà mai emergere. Ma su Studi, di grande responsabilità da parte delle Banche, in grado di valutare la reale capacità di una persona a realizzare un progetto. Per i giovani soprattutto penso anche al “business incubator”. E’ un fondo pubblico di 20 milioni di euro da destinare al finanziamento dei 20 progetti più interessanti presentati.

Formazione. Solo per i giovani?

No. La formazione continua deve diventare un diritto per tutti. Ora solo un over40 ogni 1.000 ne ha l’accesso. Uno spreco. Il talento non diminuisce con gli anni. E oggi l’aspettativa di vita è di circa 85 anni…Poi l’uscita della crisi richiederà nuove competenze.

La sua proposta sul precariato?

Un contratto unico con flessibilità variabile e protezioni graduali che crescono nel tempo. Così un giovane può davvero andare a vivere con la propria compagna, fare un figlio, chiedere un mutuo.

Ma non crede che la maggior parte dei giovani italiani sogni ancora il “posto fisso”?

Molti sì ma, penso, solo per sfiducia. Paura. Crescono con la consapevolezza dell’ingiustizia di una società che troppo spesso premia “i raccomandati” e non “i meritevoli”.

Secondo l’82 per cento delle studentesse italiane che hanno risposto all’indagine di Intercultura sulla diversity, nascere donna è ancora uno svantaggio nell’accesso al mercato del lavoro…

C’è un’eccezione, Il campo della Medicina. Sta diventando prevalentemente femminile ed entro il prossimo decennio obbligherà l’Italia a un cambiamento. A meno di non lasciare “sguarniti” gli ospedali, i primari saranno donne. Crescerà il numero degli anestesisti, dei chirurghi-donna. Anche l’ambiente lavorativo dovrà adattarsi con la creazione di asili nido e strutture di supporto. Comunque, il divario donna-uomo nel lavoro esiste. Se la differenza salariale, a parità di posizione è del 2, 3%, il “lordo totale” delle donne come gruppo, è più basso del 25% rispetto ai maschi. Significa che alle donne è preclusa, di fatto, la possibilità di raggiungere posizioni apicali nella professione.

Di “cervelli in fuga” si è ampiamente parlato. Ma di “rientro di cervelli”?

Durante la legislatura 2001-2006, ero ancora negli Stati Uniti, ci fu una proposta per favorire il rientro. Il progetto Moratti è fallito per la per chiusura del mondo accademico italiano che ha preferito rinunciare ai fondi piuttosto che favorire un “estraneo”. Qualcuno che non aveva fatto parte del clan.

[Il Sole 24Ore]

L’Espresso intervista Ignazio Marino

18 ottobre 2009

Ventisette euro. Per andare da Roma a Genova – dove ha incassato il sostegno di don Andrea Gallo – Ignazio Marino ha scartabellato in Rete fino a trovare un biglietto low cost. «Non ho mica i soldi di Ugo Sposetti io», ridacchia il chirurgo candidato riferendosi all’ex tesoriere dei Ds. Ed è solo il primo dei tanti colpi di bisturi rifilati ai due più quotati competitor, Bersani e Franceschini.
Eppure potrebbe essere proprio Marino, l’outsider, a diventare decisivo dopo il 25 ottobre, se nessuno degli aspiranti leader raggiungesse il 51 per cento alle primarie e quindi il segretario dovesse essere scelto al ballottaggio dai mille e passa componenti dell’Assemblea nazionale Pd.

Marino, com’è la vita da terzo incomodo?

«E chi l’ha detto che arriverò terzo? Finora si è espresso l’apparato del partito, le primarie saranno tutta un’altra cosa. Anzi, l’ostacolo più grande l’abbiamo già superato».

In che senso?

«Non le nascondo che durante il voto degli iscritti ero preoccupato. In Italia ci sono ancora i capibastone che mandano la gente a votare in cambio di qualcosa. E in alcune regioni – quelle in cui le condizioni sociali sono più difficili, come Puglia, Calabria e Sicilia –  è successo proprio così. Un po’ strano che nel centro di Milano la mia mozione abbia superato il 30 per cento e nel centro di Catanzaro abbia preso lo zero virgola, non le pare? Ma ripeto: alle primarie sarà un’altra cosa».

Cioè?

«Se votano tre o quattro milioni di persone – e questa è la mia previsione – può cambiare tutto. Non a caso D’Alema e Bersani sperano che vadano a votare in pochi. Così vincono loro. Preferiscono un flop del Pd – perché mezzo milione di votanti sarebbe un fallimento per tutto il partito – al rischio di perdere le primarie».

Facciamo finta lo stesso che lei arrivi terzo e si vada al ballottaggio tra gli altri due. Per chi votano i suoi?

«Per chi accetterà il nostro programma. Stenderemo sette-otto punti base, per dare un’identità forte al partito. Molto semplici, chiari: dei sì e dei no sui temi più importanti. Non solo laicità, ma anche economia, merito, ambiente, ricerca. Staremo con chi li sottoscrive tutti. Pubblicamente, senza accordi di corridoio».

D’accordo, ma chi è meglio per lei: Bersani o Franceschini?

«Bersani è un comunista, in senso tattico. Ha una visione del Pd che è all’opposto della mia. Pensa a un partito che non aspira a diventare maggioranza, ma resta sempre minoritario, facendo accordi con altre forze minoritarie. Non a caso ha tre grandi sostenitori: la Lega Nord, Comunione e liberazione e Giuliano Ferrara, che rappresenta la parte dialogante del Pdl. Lo appoggiano perché sanno che con lui è facile tornare ad accordi da prima Repubblica, come  quello sull’immunità parlamentare».

Fuori uno. E Franceschini?

«Franceschini è un vero democristiano, di quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla segreteria, ed eccolo qui. Aveva detto che gli europarlamentari dovevano lavorare solo a Strasburgo, poi ha dato incarichi sul territorio a Cofferati e Serracchiani. Nelle ultime settimane ha visto come tira il vento e si è messo a plagiare il mio programma: si è schierato contro il nucleare, mentre la sua mozione dice l’opposto; si è messo a fare il laico sulla bioetica, e nella sua mozione ci sono i Fioroni e i Rutelli. È una fotocopia che dice bugie. Quindi poco credibile».

Non mi pare che ci siano le premesse perché lei appoggi uno dei due.

«Infatti se si dovesse arrivare al ballotaggio, è probabile che trovino un accordo tra loro. Ha mai visto dei democristiani e dei comunisti che non si mettono d’accordo?».

Lei non è né comunista né democristiano?

«No, io sono un laico di sinistra».

Che cosa votava prima del Pd?

«In Italia votavo Berlinguer, poi Pds, tranne una volta che ho votato Lista Bonino. Negli Stati Uniti ho sempre votato democratico».

E, tornato dagli Usa, è entrato in politica come senatore Ds. Ma poi chi gliel’ha fatto fare di candidarsi alla segreteria del Pd?

«È quello che mi hanno chiesto una dozzina di maggiorenti del partito appena ho annunciato la candidatura. Ma il “chi te l’ha fatto fare” è la filosofia più lontana dal mio modo di vedere l’esistenza e la politica. Se uno ragiona così, rinuncia a tutte le sfide che la vita gli propone».

Sì, ma me lo dica lo stesso: chi glielo ha fatto fare?

«Primavera di quest’anno, campagna elettorale per le Europee. La faccio anche se non sono candidato e incontro tanti elettori. Quando finisco di parlare, iniziano a dirmi: perché non lo fa lei il leader del Pd? All’inizio lo prendo come uno scherzo. Poi sempre meno. Quindi cominciano a chiamarmi un po’ di parlamentari ed esponenti del Pd: Felice Casson, Giuseppe Civati, Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto, Goffredo Bettini, Paola Concia e altri. Allora ci penso e telefono a Bersani e Franceschini».

Perché?

«Per capire che identità vogliono dare al partito. Vado da Franceschini, poi da Bersani, quindi di nuovo da Franceschini. Volevo solo dei sì e dei no molto chiari: sul testamento biologico, sul merito, sul nucleare, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca, sul precariato…».

E loro?

«Franceschini molto vago. Né dei sì né dei no. Continuava a ripetere che lui era l’innovazione e Bersani il vecchio apparato. Sui contenuti zero».

Bersani?

«A modo suo fu onesto. Mi disse che sui temi che gli proponevo avrebbe deciso a maggioranza il partito. Certo, va benissimo che il partito voti, ma uno se vuol fare il segretario dovrebbe anche avere un’idea sua, non le sembra? Invece niente. Allora mi sono candidato io».

Che si occupa di  trapianti e di bioetica: un po’ poco per la leadership di un grande partito.

«Sciocchezze. Abbiamo messo insieme una squadra di persone validissime con cui si sono elaborate idee molto approfondite su tanti temi. Pensi solo al programma economico, alle nostre proposte su precariato e pensioni: ci hanno lavorato studiosi come Ichino, Garibaldi, Tinagli e Taddei, consultandosi con economisti come Paul Krugman e Olivier Blanchard. Mentre Bersani e Franceschini sono ancora lì con le ricette del secolo scorso».

E uno dei due probabilmente diventerà segretario. Dopo, che cosa succederà?

«La cosa più importante è che il Pd si dia un’identità. Finora è stato un partito incerto e lacerato, in preda alle correnti. Come una squadra di calcio in cui ciascuno gioca dove e come gli pare: è difficile vincere così. Ci vuole un leader che abbia il coraggio di prendere posizioni forti».

Tipo Di Pietro nell’Idv.

«Su gran parte dei contenuti politici Di Pietro e io ci troviamo d’accordo. Poi non è un segreto che io non amo i toni aggressivi e tribunizi, preferisco il ragionamento e il confronto».

Dice D’Alema che lei perderà e tornerà a fare il chirurgo.

«Io almeno, se dovessi smettere di fare politica, un mestiere ce l’ho. Di D’Alema non si può dire altrettanto. E nemmeno di Bersani e Franceschini».

A proposito di confronto

18 ottobre 2009

“Marino è chiaramente il leader politico di un altro Paese, assai più moderno del nostro: un Paese dove si parla di Web e di banda larga, di merito e di coerenza, di principi e non di convenienza.”

Sandro Gilioli lo dice e l’Espresso lo conferma

sondaggio_espresso

Il confronto

17 ottobre 2009

Per chi se lo fosse perso, qui lo potete rivedere