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Il discorso di Marino alla Convenzione Nazionale

11 ottobre 2009

Care democratiche, cari democratici,

GRAZIE! Grazie a tutti coloro che hanno votato per la mia mozione, grazie a tutti coloro che in queste settimane hanno lavorato nei congressi di tutt’Italia infondendo nel nostro progetto passione ed entusiasmo. E’ il mio primo congresso di partito, e lo è per molte delle persone che hanno aderito alla mozione Marino. Il risultato ottenuto nei circoli non era per nulla scontato quando abbiamo presentato la candidatura alla segreteria nazionale.

Io lo giudico un buon risultato per la mozione, ma sono convinto sia un eccellente risultato per tutto il Partito Democratico perché è la dimostrazione che il nostro è un partito vivace, attento alle sollecitazioni di quanti chiedono cambiamento e rinnovamento, disposto ad ascoltare voci nuove, idee diverse, proposte utili a costruire quell’identità di cui abbiamo urgente bisogno.

Vogliamo dare una sterzata alla storia del centrosinistra italiano, così come si è sviluppata negli ultimi quindici anni. Vogliamo liberarci di vezzi, vizi, abitudini, malattie e incrostazioni che spesso hanno fatto mancare al centrosinistra gli appuntamenti cruciali della politica.

Vogliamo un partito capace di riconoscere e affrontare il problema del conflitto di interessi. Un partito capace di riconoscere e affrontare la crisi del mondo del lavoro e la dissoluzione dei vecchi ruoli sociali. Un partito capace di riconoscere e affrontare l’urgenza dei nuovi diritti. Un partito che non si perda tra mille impossibili mediazioni col risultato di non accontentare nessuno e vedere il consenso franare.

Vogliamo un partito diverso, coraggioso, che non abbia paura della propria voce, che non abbia paura di denunciare le cose che non funzionano e un governo che ha fatto dell’intimidazione pubblica il suo strumento di lavoro preferito.

Alexis De Tocqueville quando iniziò la sua esplorazione della Democrazia in America scrisse: “Fra le cose nuove che attirarono la mia attenzione … una soprattutto mi colpì assai profondamente, e cioè l’eguaglianza delle condizioni. Facilmente potei constatare che essa esercita un’influenza straordinaria sul cammino della società, dà un certo indirizzo allo spirito pubblico e una certa linea alle leggi, suggerisce nuove massime ai governanti e particolari abitudini ai governati”.

L’uguaglianza è il principio fondamentale per orientarci a definire chi siamo, è l’obiettivo principale di questo percorso congressuale. E’ una parola importante, che porta con sé significati diversi per le persone che appartengono al Partito Democratico.

Per alcuni richiama la bandiera di masse collettive, classi che condividevano gli stessi vissuti, cui garantire uguali tragitti di vita. Per altri è un valore etico, improntato alla solidarietà tra individui diversi ma disposti a tendersi la mano nell’ottica di ridurre le disparità.

Io non porto nella mia esperienza personale le grandi battaglie collettive degli anni ’60 – ero troppo giovane – e il percorso di studio e professionale per diventare chirurgo mi ha spinto ad aderire con passione, ma non da militante, a quelle dei decenni successivi. Eppure ho sempre rifuggito l’individualismo senza compassione di chi erge barriere per separarsi dagli altri, mentre concepisco l’uguaglianza come il collante, un legame sulla cui base si costruiscono le relazioni tra le persone.

L’uguaglianza per me, oggi, significa parità delle opportunità di partenza, riconoscimento delle aspirazioni e dei meriti di ognuno, elemento di coesione e di integrazione, di mobilità sociale e di sviluppo.

Il mio lavoro di medico e l’aver vissuto per tanti anni all’estero mi hanno aiutato tantissimo nel rafforzare in me questi principi: le differenze scompaiono, di fronte alla malattia restano le persone; l’uguaglianza la apprezzi di più quando – come è successo a me – ti senti diverso perché, per esempio, sei uno straniero.

Lavorando in un settore così complesso come quello dei trapianti, sono stato per tutta la vita a contatto con le persone, conoscendole intimamente e confrontandomi con le ragioni e le emozioni che ne determinano i comportamenti, con l’umanità profonda che emerge nei momenti e nelle scelte più difficili. Ho conosciuto il dolore, la speranza, l’istinto e il coraggio, la fatica e l’emozione che appaga quando un malato riapre gli occhi dopo un’operazione. Ho conosciuto l’altruismo, la forza di volontà, la voglia di reagire alla disperazione e alla solitudine, la capacità di ripartire.

Forse anche per questo nutro una grande fiducia nelle persone e nei cambiamenti, ho sempre creduto di poter cambiare le cose quando non funzionano.

Così, declinando anche nella politica ciò che ho imparato dalla medicina, penso si debba partire dalla persona per affermare un nuovo pensiero democratico che vuole e sa guardare al futuro, capace di aggregare donne e uomini anche molto diversi tra loro intorno a valori e proposte comuni. Un pensiero che sia non tanto, e non solo, come spesso sento dire, “sintesi dei riformismi del passato”, ma piuttosto chiara evoluzione di essi in un riformismo contemporaneo che guarda nel futuro.

Se, come mi pare evidente guardando al mondo, la persona – intesa non in senso astratto ma come lavoratore, studente, donna, madre, immigrato… – se la persona è l’anello debole della società globale, stare dalla parte delle persone, al fianco delle loro aspirazioni, significa preoccuparsi di quell’anello debole per dargli forza.

È intorno alle persone, quindi, che si costruisce l’uguaglianza. E’ aggregando le persone, riscoprendo integrazione e solidarietà dove oggi ci sono separazione e diffidenza, che si può restituire ai singoli quel senso di comunità disperso dopo la fine delle ideologie.

In questi tre mesi, passati a percorrere le città e le regioni da sud a nord, da est a ovest, ho respirato ovunque un bisogno di comunità, troppo spesso inespresso, una grande voglia di partecipazione.

La manifestazione del 3 ottobre per la libertà di informazione, o quella di ieri contro l’omofobia, ne sono la dimostrazione tangibile. Le persone non sono assuefatte, non sono rassegnate, il consenso di cui dice di godere in maniera incondizionata l’attuale governo, non è così omogeneo. Il vero problema è che tante energie positive che le persone sono pronte ad esprimere, non trovano ancora nel nostro partito un punto di riferimento forte e affidabile.

In molti mi chiedono: ma dove è il PD? Che cosa fate? Oggi siamo qui per questo.

Per affermare che noi ci siamo e ci saremo, con una identità finalmente chiara e un segretario forte del voto di milioni di cittadini.

Dobbiamo imparare ad aggregare: il Partito Democratico deve intrecciare trame solide nella società liquida, esserne spina dorsale e infrastruttura, con un radicamento flessibile capace di adattarsi agli spazi e ai tempi della vita complicata delle persone, per facilitare percorsi e incontri. Che non significa un rapporto con il territorio impostato su modelli sociali che non esistono più. La questione non è soltanto la presenza fisica del PD sul territorio, pur fondamentale per la sua funzione di discussione e conoscenza, la vera questione sono i contenuti.

Il PD deve saper aggregare sulle sue posizioni e sulle risposte chiare e nette sulle grandi questioni che interessano le persone. Su questo si gioca il destino del nostro partito.

“Non siamo solo una goccia che nuota nella corrente della società, dobbiamo decidere dove la società debba andare”. Ha scritto il Cardinal Carlo Maria Martini.

Troppo spesso abbiamo esitato, troppo spesso siamo stati incapaci di spiegare la nostra visione della società e del futuro del paese. Eppure le qualità, le energie, le intelligenze non ci mancano, come hanno dimostrato le discussioni di queste settimane nei settemila circoli sparsi in tutt’Italia.

Dobbiamo prendere impegni e rispettarli, nel partito, in Parlamento, nelle amministrazioni locali.

  • Dobbiamo dire senza esitare che adottiamo la laicità come metodo irrinunciabile di una politica aperta al confronto e disposta sempre al dialogo per arrivare a una decisione. Come scrisse Ernesto “Che” Guevara: “O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell’intelligenza”.

  • Dobbiamo dire senza esitare che prima di tutto vengono la scuola, l’università, la cultura e la formazione dei giovani e anche di chi perde il lavoro e non è più giovane.

  • Dobbiamo dire senza esitare che ancora oggi in Italia LA CULTURA DEL MERITO FA PAURA! Nessuno lo ammette ma molti lo considerano un elemento che destabilizza poiché permette a chiunque di realizzare le proprie aspirazioni, di rischiare, di scommettere su se stesso. E’ la condizione che permette la LIBERTA’!

  • Dobbiamo dire senza esitare che siamo per i diritti: dal lavoro, alla sicurezza. E per i NUOVI DIRITTI: le unioni civili, i diritti dei consumatori, il diritto di cittadinanza, il diritto di scegliere le terapie attraverso un testamento biologico. Senza esitare dobbiamo sostenere la legge contro l’omofobia: dopodomani a Montecitorio dobbiamo dimostrare da che parte stiamo!

  • Dobbiamo dire senza esitare che il nostro partito sta dalla parte delle donne!…in un momento in cui anche la dignità e il rispetto per loro sono messi in pericolo.

  • Dobbiamo dire senza esitare che vogliamo restituire al Paese un’informazione libera, in televisione, sulla stampa, sulla rete. Democrazia non significa solo poter esprimere il proprio consenso, significa poterlo formare attraverso un’informazione libera e plurale.

Infine la priorità delle priorità: il nostro pianeta, il nostro ambiente. Non è solo una questione di sviluppo sostenibile. Abbiamo una responsabilità enorme e abbiamo il dovere di prenderci cura della salute del nostro pianeta e del futuro di tutti noi. Diciamo no al nucleare perché la scienza ci dice che è pericoloso, diciamo sì alle energie rinnovabili, al recupero dei rifiuti, al risparmio idrico, alla bio-edilizia, alla mobilità sostenibile.

Sono questi gli obiettivi che ho in mente quando penso alla missione del Partito Democratico. Sono questi i motivi che mi hanno spinto nella corsa per la segreteria. E guardate che, al di là dei voti che abbiamo raccolto, che sono tanti, l’aspetto più significativo è che la nostra mozione ha portato il dibattito nei circoli. Ovunque ci sono state discussioni, non solo sulla forma che vogliamo dare al PD, ma sui temi: sul nucleare, sulla crisi economica, sul precariato.

E quasi sempre i nostri iscritti si sono trovati d’accordo tra di loro benché appartenenti a mozioni diverse.

Le persone che costituiscono il nostro partito, i nostri militanti, non hanno idee così diverse tra loro, sono i gruppi dirigenti che litigano e che mostrano all’opinione pubblica divisioni che nulla hanno a che vedere con ciò in cui crediamo e molto a che vedere con le posizioni che ricoprono e che difendono ad ogni costo.

Il mio ruolo, e di tutti coloro che mi hanno sostenuto, qualunque sarà il risultato del congresso, è quello di contribuire a un rinnovamento radicale.

Il rinnovamento non è pericoloso, è necessario ed è la ragione profonda che mi ha spinto a partire per questa straordinaria avventura.

Mi ritrovo nelle parole di Giorgio Amendola che un giorno scrisse di aver compiuto una scelta giusta che lo metteva di fronte ad un mondo nuovo, nell’impegno per l’emancipazione di donne e uomini. Anche per me è stata la scelta giusta, che sto vivendo con il massimo dell’energia e dell’umiltà, come un’opportunità straordinaria. Qualcuno mi rinfaccia di esserci arrivato tardi… ma ora sono qui e con me ci sono tanti altri compagni di viaggio che hanno condiviso questa scelta e che oggi sono al lavoro con una voglia, una dedizione, una convinzione che mi rende orgoglioso.

Alla vigilia di un congresso che tutti diciamo fondativo, due anni dopo la nostra nascita e con le emorragie elettorali che conosciamo, di cui non mi interessa attribuire responsabilità, mi è sembrato di assistere ad un avvio di campagna congressuale tattico e frenato. Mi è parso che intorno a Dario e a Pierluigi le mozioni si siano formate più per alleanze tra persone che per condivisione di progetti: UNA CONTRAPPOSIZIONE DI PERSONE NON UNA COMPETIZIONE DI IDEE.

Temo ancora oggi un partito che non decide e che non incide, perché troppi sono gli equilibri, o gli equilibrismi, dettati dalle correnti e dai personalismi. Temo che esistano ancora delle resistenze rispetto al principio che un ricambio condiviso della classe dirigente è indispensabile se si vogliono proporre all’Italia risposte convincenti ai grandi problemi con i quali un partito moderno deve confrontarsi.

Quando sento parlare di “grande partito socialdemocratico” come di qualche cosa di auspicabile mi viene il sospetto che dentro il PD qualcuno non si sia accorto che la socialdemocrazia è ai minimi storici in tutta Europa.

L’Italia ha bisogno di un partito che sia DEMOCRATICO, libero dai complessi del passato e capace di dare una svolta in senso liberale e sociale ad un sistema economico chiuso, oligarchico, corporativo e profondamente affetto da conflitti di interessi.

Penso che la presenza di una terza mozione, fuori dagli schemi, abbia contribuito a rimettere in moto qualche ingranaggio arrugginito, grazie a chi si è sentito solo democratico, a chi ha parlato alle persone solo come democratiche, a chi ha pensato SOLO ad affermare la propria idea del Partito Democratico: i SI’ e i NO che i democratici vogliono condividere.

Voglio dire grazie a chi ha saputo prendere tanti voti e vincere il congresso del proprio circolo, e a chi è stato l’unico voto tra migliaia di tesserati…

e non apro polemiche, ma lo sappiamo tutti che il tesseramento e le garanzie degli iscritti devono essere un impegno da rispettare con maggiore rigore… Vedete, quel che è successo in alcune zone del mezzogiorno non ha fatto male a me, ha fatto male a tutti noi, perché proprio mentre abbiamo bisogno di riaffermare la libertà e chiamare alla responsabilità tutti i cittadini, li invitiamo invece ad abbassare la testa e rispondere al comando dei capibastone!

Vi voglio raccontare alcune delle tante realtà che ho conosciuto in queste settimane in giro per l’Italia. Forse a qualcuno di voi è capitato di atterrare all’aeroporto di Lamezia Terme. Ebbene, in quel terminal c’è un enorme manifesto pubblicitario con scritto: “Voli privati sanitari per pazienti”. Capite cosa significa? Sapete come viene tutelato il diritto alla salute in quella regione? Il messaggio è chiaro: “Emigra al nord per curarti, se te lo puoi permettere”.

Pochi giorni fa qui a Roma, in Piazza del Popolo, alla manifestazione, tutto d’un tratto sono scoppiati applausi e grida. Era arrivato un ragazzo, circondato da sei ragazzi come lui, ognuno con le mani strette sulle spalle di quello davanti, tutti intorno a lui quasi a formare una gabbia.

Sembrava un leone in quella gabbia umana, protettiva e amica. Avanzavano con passo svelto, ritmato, e ho sentito crescere dentro di me la rabbia. Che razza di paese è mai il nostro se un giovane deve essere protetto a quel modo, vivere a quel modo, per aver scritto un libro? Se una persona deve essere protetta e vivere in una gabbia solo per aver detto la verità?

Fino a quando Roberto Saviano non potrà camminare per strada come ognuno di noi, non ci sarà consentito di smettere un solo istante di sentirci in guerra contro la criminalità organizzata.

Che senso ha fare politica se non si aiuta la società a guardare con speranza al domani? E possiamo noi democratici continuare ad accettare che le classi dirigenti di alcune regioni del sud, che non si sono mostrate all’altezza del loro mandato, siano ancora considerate come forze di riferimento irrinunciabili?

Ebbene, i professionisti della politica stanno attraversando uno dei momenti peggiori nell’immaginario collettivo, accusati di essere una casta, accusati soprattutto di non essere in grado di risolvere problemi complessi quali quelli che ci ritroviamo di fronte oggi.

Io credo che l’antipolitica sia da contrastare, ma dobbiamo iniziare da noi. Basta con le discussioni sul nostro ombelico, iniziamo a parlare del Paese, mentre l’Italia è governata da una destra sciatta e illusionista che lascerà rovine.

La violenza e l’arroganza di questa destra la vediamo in questi giorni, nel suo tentativo di far saltare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Si attacca l’Alta Corte, con toni inaccettabili in ogni democrazia. Si attacca il Capo dello Stato, massimo garante delle nostre istituzioni, cui oggi va il nostro saluto e il nostro pieno sostegno.

La domanda che dobbiamo porre non è se il primo ministro possa restare al suo posto dopo la bocciatura del lodo Alfano, ma se egli possa ancora rimanere al suo posto senza ulteriori danni per il paese, dopo aver attaccato oltre ogni limite tutte le istituzioni di controllo e di garanzia.

E mentre il Presidente del Consiglio si concentra esclusivamente sulle sue vicende giudiziarie, il governo si ostina a negare la gravità della crisi economica.

Ma su cosa la vogliamo valutare questa crisi? Sugli indici di borsa che non crollano più come un anno fa, o sul numero dei disoccupati che è in costante aumento? Vogliamo renderci conto che ci sono otto milioni di poveri? Oltre tre milioni di indigenti assoluti che non hanno le risorse per comprare pane, pasta, carne?

Ci ricordiamo dei lavoratori italiani costretti a gesti estremi, come quelli che hanno raggelato l’estate, dalle gru agli scioperi della fame, ai tetti dei provveditorati, per fare notizia, per avere risposte, per far svegliare il governo dall’indifferenza, o distoglierlo da altre distrazioni quali l’impegno costante nell’imbrigliare l’informazione, occupare la tv pubblica, accrescere il conflitto di interessi.

Il conflitto di interessi!: Che errore non averlo risolto!!!

Siamo qui con il paese tenuto fermo – “difeso”, dicono loro – dal protezionismo della Lega e di Tremonti, mentre tutto fuori cambia. Attraversiamo un periodo che non si può considerare “ordinario”. In periodi come questo, è deviante ragionare e agire secondo schemi e paradigmi ordinari. Liberalizzazioni e concorrenza sono decisive, ma devono accompagnarsi ad incisive politiche industriali per agganciare le nostre imprese ai nuovi driver dello sviluppo mondiale: le energie rinnovabili e le scienze della vita e della salute.

La legge sul federalismo fiscale può costituire un’importante occasione per incentivare, al Sud come al Centro e al Nord, l’efficienza nell’uso delle risorse pubbliche. Vanno premiate le amministrazioni efficienti e punite quelle inefficienti con commissariamenti che poi riconsegnino al giudizio degli elettori quegli amministratori che hanno prodotto dissesti.

La crisi è un ostacolo, una minaccia, una continua insidia per tutti. La crisi obbliga a un cambiamento di ottica, di prospettiva, a un modo diverso di guardare la realtà e progettare il futuro: la cosa più difficile da fare perché dobbiamo essere capaci di modificare noi stessi, di metterci in discussione e superare abitudini e schemi consolidati.

Io sono indignato con questa destra.

Per colpa loro l’Italia è immobile, resta ai margini delle decisioni che contano ed è in difficoltà nel trovare un ruolo in Europa e poi nel mondo. Dobbiamo far vivere uno spazio europeo, grande e vivace abbastanza da fare in modo che i consumi interni mantengano forte l’economia. Certo, è una rivoluzione, soprattutto di mentalità e culturale. Ma se non si fa, l’Europa andrà a rimorchio, uscirà di scena e sarà esposta a tutti i venti.

Al contrario di quello che sostiene la Lega, che santifica il Po e si stringe nelle piccole comunità, il capitalismo e la globalizzazione continueranno a crescere. Il tema è dunque come riformare il capitalismo, come evitare l’esplosione del pianeta, come evitare conflitti economici e poi militari.

Torna qui il tema della politica; di una politica con strumenti e poteri di decisione sovranazionali. Una politica per dialogare, cooperare, integrare, assumersi responsabilità collettive, prevedere in tempo, orientare il futuro. L’Europa qui, diventa cruciale. Per la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, le sue università, il suo modello sociale. Noi europei, più di tutti, potremmo costruire i binari, le reti di un nuovo mondo più pacifico e di qualità.

Non possiamo fermare la storia e pensare di chiuderci al mondo. Gli immigrati fanno parte della nostra quotidianità. Certo, i flussi migratori vanno controllati, servono più risorse e strumenti per la polizia di frontiera al nord da dove entra il 90% degli immigrati clandestini. E dunque pensare che il problema si risolva respingendo e abbandonando al loro destino in alto mare i barconi dei disperati è pura illusione.

A Riace, in Calabria, ho conosciuto Ramlah, un bambino afgano di otto anni, sbarcato sulle coste italiane due anni fa e ora adottato dalla comunità locale. La madre lo ha affidato a degli sconosciuti, ha pagato delle persone affinché lo portassero lontano da lei, in un paese straniero dove suo figlio, forse, avrebbe potuto mangiare, studiare, non saltare su una mina anti-uomo. Pensate che noi, con le nostri navi militari in mezzo al mare riusciremo mai a fermare l’esodo di chi è spinto da tanta disperazione?

Dobbiamo costruire l’integrazione: ma ogni tentativo fallirà se ai doveri dell’integrazione non si legherà la riformulazione del diritto di cittadinanza partendo dal principio che se un bambino o una bambina nascono sul suolo italiano devono essere italiani, acquisendo nuovi diritti e nuove responsabilità.

Ci sono ancora troppe ingiustizie, in Italia, troppe cose che non funzionano. Siamo qui a parlare di uguaglianza per le donne che continuano a fare una fatica doppia, ad avere una strada con molti ostacoli, a vedere gravare su di loro il peso di un sistema che non si preoccupa della possibilità di conciliare tempi di lavoro e tempi privati.

Siamo qui a difendere la dignità del mondo dell’arte e della cultura da un governo che dopo aver tagliato le risorse finanziarie in modo indiscriminato, si accanisce anche verbalmente disprezzando un settore che da sempre esprime l’eccellenza italiana nel mondo.

Siamo qui a parlare delle difficoltà dei giovani, della precarietà, ma nessuno ricorda un’anomalia tutta italiana: da noi più si invecchia più si guadagna. E’ una retta sempre crescente. In tutti gli altri paesi europei e occidentali, invece, il reddito è rappresentato da una curva, sale velocemente nei primi anni di lavoro, raggiunge il picco in età adulta, e poi cala progressivamente andando verso la pensione. La curva segue quindi la naturale produttività della vita.

Non vi sembra giusto? Io credo che sembri giusto a tanti giovani che soffrono perché rallentati e non tutelati e perché viene proposto loro il precariato a vita e non trovano chi prospetti invece una strada per facilitare l’accesso al futuro.

L’esperienza è certamente un valore fondamentale ma non è l’unico elemento che va considerato. Si può premiare la creatività, la determinazione, la forza di cambiare, forse anche un po’ di indisciplina… Mi pare che invece nel mondo lavorativo, come nella politica – anche nel PD – molti siano ancora convinti che l’esperienza sia il valore da preservare davanti a tutti, anche a scapito del cambiamento.

Io sono un ottimista di carattere, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma sono anche indignato. L’indignazione serve, le ingiustizie vanno denunciate, l’opposizione – lo dico soprattutto ai parlamentari – non è inutile, non è deprimente, bisogna esserci sempre per fare opposizione sempre!

Dobbiamo usare il tempo come uno strumento, non come una poltrona”, ha detto una volta John Kennedy. Usiamolo il tempo che abbiamo! …per rispondere alle emergenze: della crisi, del lavoro, della povertà.

Ma usiamolo soprattutto per spezzare il vincolo della paura che ci blocca: prendiamo la nostra indignazione e facciamola agire come motore del nostro futuro!

Chi ha paura perde: chiediamolo a qualsiasi sportivo. O chiediamolo a noi stessi, pensando ad ogni volta che abbiamo fatto prevalere la timidezza sul coraggio, la paura di perdere sulla voglia di vincere. Io voglio un PD che vince e che fa vincere le persone.

Costruire un partito nuovo non è facile. Non è facile immaginarlo, metterlo in sintonia con una società molto fluida, giustificarlo e inserirlo in un contesto istituzionale. Non è facile soprattutto uscendo da un secolo nel quale i partiti hanno assunto caratteri e ruoli straordinariamente pesanti e incisivi, si sono dati forme strutturate, rigide, più permanenti che dinamiche.

Ciò detto, penso che tutti vogliamo – come si dice – un “partito vero”. Che il problema non sia semplice, lo vediamo anche da quel che avviene nel campo avverso. Non si può negare che anche lì, un’intuizione iniziale ci sia stata, con l’annuncio sul predellino dell’auto a San Babila per bilanciare lo spettacolare esordio del PD di cui la destra comprese subito la carica innovatrice e dinamica… L’intuizione progettuale è indispensabile; ma non basta, né a loro né a noi.

Antony Giddens, rispondendo a una domanda su quale sia la differenza tra destra e sinistra, ha risposto che la differenza è nella diversa modulazione di survival and hope: sopravvivenza e speranza.

Noi democratici vogliamo una politica che sappia riattivare le speranze, che non cavalchi le paure per schiacciare le persone ai bisogni minimi, come fa la destra cacciando ogni problema sotto il tappeto e giocando a montare una spirale di ansie difensive crescenti e finte risposte scenografiche.

La politica democratica sta dalla parte dei deboli, protegge, ma ha l’ambizione, contagiosa, che ogni debole possa divenire forte. Questo è il senso dell’uguaglianza di cui parlavo all’inizio, un’uguaglianza che non appiattisce ma che potenzia e premia, che permette ad ognuno di rincorrere la propria personale felicità.

Conosco la speranza delle persone, la conosco e l’ho percepita forte, determinata, o sottile e fragile, tante volte. Da chirurgo…e poi da senatore e poi da candidato segretario.

La speranza è quando dici a un paziente in attesa di un trapianto che è arrivato un organo per lui…

La speranza è quella che ho visto negli occhi di Beppino Englaro e di tutti quanti si sono uniti in protesta contro una legge che minaccia il diritto della persona di poter scegliere quali terapie accettare o rifiutare. Un diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione, formulato nel 1947 da un giovane parlamentare della Democrazia Cristiana di nome Aldo Moro.

Per carattere e formazione sono impaziente, non mi piace perdermi in chiacchiere, bado ai risultati, e voglio un Partito Democratico che renda credibili e realizzabili le speranze delle persone.

La parola ‘credere’ ha una radice che significa “dare il proprio cuore, la propria forza vitale, aspettandosi una ricompensa”: è un “atto di fiducia che implica restituzione”. Non sono chiacchiere, deve essere il succo del nostro fare politica, il senso profondo dell’essere democratici.

Dobbiamo, però, avere più coraggio: “Una nave in porto è al sicuro ma non è per questo che le navi sono state costruite”, ha detto poeticamente Benazir Bhutto. Io dico che dobbiamo muovere le acque e navigare in mare aperto. Dobbiamo ritrovare il coraggio di usare il tempo.

Condividiamo campagne parlamentari o di piazza con le altre forze di opposizione, tutti insieme. Stabiliamo una politica di alleanze, che comunque dobbiamo cercare per vincere, ma che non possono essere incompatibili con un progetto di governo.

Spero in un PD che sappia imporre le sue priorità. Sembra banale, ma ci rendiamo conto che tanti cittadini, tante persone, non sanno quali sono le nostre priorità? Lo chiedo a Dario e a Pierluigi… Avete provato a chiedere a qualche militante o ad un cittadino che simpatizza per noi quali sono i temi forti del PD? Se non lo avete fatto vi consiglio di provare…

Io vi dico le mie tre priorità, per titoli, che riprenderò nella campagna nelle prossime due settimane: il sapere, attraverso la scuola e la formazione; l’economia verde, come obiettivo e come motore dello sviluppo; i diritti civili.

Permettetemi una breve parentesi su un argomento a cui, lo sapete, tengo moltissimo. Io trovo che le primarie siano uno straordinario esperimento di democrazia partecipata e sostengo il principio delle primarie sempre.

Quello che però ancora manca in queste primarie, per essere davvero tali, è un dibattito pubblico tra i candidati.

Oggi, qui illustriamo le nostre idee, ma non ci stiamo confrontando. Il 16 finalmente ci vedremo da Youdem, ci sono voluti due mesi… Senza nulla togliere al servizio della televisione del partito, caro Pierluigi, qualcuno in questa sala crede che riusciremo a mobilitare milioni di cittadini italiani ad andare a votare alle primarie dopo un confronto trasmesso solo da Youdem?

Il nostro obiettivo è portare milioni di italiani al voto, il 25 ottobre, e dobbiamo fare ogni sforzo perché le primarie siano conosciute da tutti i nostri elettori e che ciascuno possa parteciparvi in modo informato e consapevole.

Una grande partecipazione popolare sarà la migliore dimostrazione che lo spirito e i valori del nostro partito sono forti e vivi nel Paese, che l’arroganza e la volgarità istituzionale di Berlusconi non hanno intimidito i tantissimi italiani che hanno a cuore la Repubblica e le sue istituzioni, la libertà, il ruolo dell’Italia tra le grandi democrazie occidentali.

Organizziamo dunque questo dibattito a tre in modo che raggiunga il maggior numero di italiani e diventi così il volano di questo straordinario momento di democrazia!

Mi avvio a concludere esprimendo un auspicio: impegniamoci a fare uscire dalle primarie un partito dalle priorità chiare, un partito unito, un partito che unisce. Troppi tra noi dicono che se ne andranno se dovesse vincere l’uno o l’altro, gettando i nostri militanti nello sconforto e nella delusione.

Il primo valore da salvaguardare, è di mantenere integra la più forte risorsa democratica del paese: il Partito Democratico.

Un PD unito, a mio modo di vedere significa un partito che discute, si confronta, che vota ogni volta che è necessario. Un partito dove tutti, dopo avere preso una decisione espressa a maggioranza, si sentano impegnati a sostenerla con lealtà. Un partito che si ritrova coeso, facendo dialogare gruppi dirigenti, eletti, e quella che dovrebbe essere la nostra unica corrente: i circoli e gli elettori.

Ma basta questo per proporci come alternativa credibile alla destra?

Di certo la vecchia Unione non è riproponibile. Un nuovo spezzatino da mettere nelle stesse pentole risulterebbe indigesto. Il PD come somma delle identità riformiste, racchiuse nelle correnti, non sfonda elettoralmente e appare vecchio al punto di respingere chi ha aderito al progetto iniziale.

Forse noi questo baricentro riformista lo dobbiamo trovare fidandoci un po’ di più dei cittadini e dei nostri circoli (che hanno dimostrato tante volte di essere più generosi e saggi dei dirigenti).

Abbiamo un orizzonte? Bene, dentro ad esso recuperiamo chi si è allontanato e chi se n’è andato, accogliamo più liberamente tutte le energie della sinistra e democratiche, le forze socialiste, ambientaliste, radicali… Costruiamo con loro un partito aperto, delle persone, largo, con dentro posizioni più radicali e più moderate, e troviamo la sintesi sulle scelte praticando la democrazia partecipata, chiamando gli iscritti e i militanti alla responsabilità del confronto e della decisione.

In questo modo l’impianto riformista sarà il frutto ricco di un popolo che si risente protagonista. Così come, in questo modo, il PD su alcuni temi potrà più facilmente avere il coraggio di sostenere posizioni difficili e controcorrente. Questo soggetto aperto davvero sarebbe un nuovo partito, più colto, più curioso, più contendibile per chi ha davvero qualcosa di nuovo da dire.

Qualcuno ha detto: “tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della vita”. Alcune volte, come in questo caso, gli aforismi rendono evidente ciò che è naturale.

E se è nel futuro che passeremo il resto della vita, è il futuro il tempo del PD.

Noi, i democratici, immaginiamo un’Italia più libera e giusta, dove ogni persona, chi vi nasce o chi ci arriva, si senta titolare di diritti, senta di avere l’opportunità di crescere, formarsi, scoprire e seguire le proprie aspirazioni, sappia di essere protetto e tutelato, viva in un ambiente che coniuga competitività ed etica.

L’Italia che immagino può nascere se superiamo l’indignazione e troviamo il coraggio di rilanciare le speranze delle persone.

Dunque bene il confronto, ma io vi dico: uniti, uniti, e ancora uniti, per un Pd da vivere, un Pd che vuole vincere, un Pd che cambia l’Italia.


Scarica il discorso di Ignazio Marino alla Convenzione nazionale

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